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Digression on Blue

Giugno 12, 2008

Cosa significa per un uomo diventare cieco? E cosa significa diventarlo per uno che di professione fa il pittore e il regista?
“Per me il cinema e la pittura partono dalla stessa esigenza di libertà di fronte ad uno spazio bianco da riempire”: queste sono le parole di Derek Jarman, che trova nelle arti figurative il giusto canale per esprimersi, nell’immagine il giusto codice per riportare e reinterpretare la realtà. L’immagine dunque come costola del linguaggio e in quanto tale, strumento di conoscenza. D’altronde dei cinque sensi quello che prepondera e si impone sugli altri, divenendo auto-referenziale, è la vista. Esiste ciò che si vede. E se ad un certo punto il meccanismo si avaria? Se la visione perde la sua funzione e quindi il suo ruolo, se insomma si diviene ciechi, cosa succede? Come cambia la percezione dell’ambiente? Come varia l’interazione con esso? Come muta la conoscenza?
Derek Jarman muore prematuramente di AIDS nel febbraio del 1994. È stato sempre un regista di nicchia, relegato nella cultura underground. Sempre fuori dagli schemi e aldilà dei generi, Jarman mostra la sua capacità di ridefinire l’immagine, dal punto di vista concettuale e formale, proponendola come elemento centrale della sua opera, dove le incongruenze spazio-temporali non fanno che sottolineare la non mutevolezza dell’uomo nelle varie epoche, imponendosi proprio come interpretazione metastorica dell’esser uomo.
Se nella prima parte della sua carriera, ovvero prima che la malattia lo obbliga alla cecità, la sua produzione si basa su una poetica che trova numerosi punti di comunione con il primo pensiero di Wittgenstein, in Blue va oltre, seguendo la stessa parabola del pensiero del filosofo, divenendo davvero auto-referenziale, scoprendo l’essere uomo, il bene e il male, l’amore, l’odio, la poesia e la morte, dentro se stesso, ad occhi chiusi…
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