Regia: David Lynch (2006) – sito ufficiale
Esiste il mondo reale, dove le leggi fisiche regolano il normale susseguirsi di attimi, dove i rapporti causa-effetto giustificano la quasi totalità degli eventi, dove il “concreto” si autoreferenzia acquisendo dignità di Essere e detta risposte, in quanto tale, alle domande più varie.
Esiste poi il mondo onirico, quello dell’immaginazione, quello ir-sur-iper-reale, dove il tempo è scandito da orologi che non funzionano (e che segnano sempre gli stessi orari: le 9,45 ad esempio o forse mezzanotte passata), dove la risposta è un’eccezione e gli eventi appaiono sfibrati nei connotati spazio-temporali ovvero dove non esiste perchè… poi… a causa… ( provate a definire il tempo senza lo spazio e poi provate a definire il concetto causa-effetto senza far riferimento al corrispettivo temporale prima-dopo ).
Esiste poi il confine, molto labile, tra queste due dimensioni. Qui prende vita l’arte lynchiana: su quel nastro che divide la realtà dalla sua proiezione iperuranica, la vita vissuta da quella raccontata, il dolore, la gioia, la paura dall’idea di dolore, gioia, paura…
E se poi quel nastro in realtà non esiste ( in quanto tutti i mondi immaginabili sono mondi possibili ) questo rafforza la tesi del maestro….

Il mio film è chiarissimo (D.Lynch)
Ad una prima disattenta visione il film sembra completamente destrutturato, sviscerato delle sue componenti logiche, sventrato e ricucito alla bella e meglio, decostituito in spigolosi frammenti non amalgamabili tra loro.
In realtà Lynch riesce nella quadratura del cerchio o meglio gli riesce il processo inverso.
Differenti piani spazio-temporali si intersecano tra loro creando punti di congiuntura tra ieri e oggi per cui l’hic et nunc perde significato ( “se oggi fosse domani…” ), tanto nulla c’è di nuovo, tutto si ripete ( e ce lo dice l’immagine del giradischi tra le prime scene ) e come narra una vecchia storia il male nasce ogni qual volta un bambino si affaccia al mondo per la prima volta… E allora quello che stiamo guardando è la stessa medesima storia, o meglio osserviamo frammenti di storie che si sono ripetute nel tempo, nella realtà e nella finzione.
Nikki Grace riceve una parte in un film che è in realtà un remake di un progetto mai completato per l’assassinio degli attori protagonisti. Lei interpreta Susan, donna sposata che si innamora di Billy, anche lui sposato. A questo punto la realtà e la finzione si mescolano creando atmosfere care al metateatro pirandelliano e non ci è dato più sapere dove finisce una e iniza l’altra (mai si perderà la percezione del film nel film e d’altronde chi più reale dei personaggi in cerca d’autore ??). Nikki è Susan, ma è anche la ragazza polacca o quella che piange.
Devon è Billy, ma anche l’amante della ragazza polacca e così via… ( “Dio santo! Sembra un dialogo preso dal nostro copione…” )
In realtà quello che ci viene offerto come zoccolo duro della trama di Inland Empire, non è altro che una visione della vicina stralunata di Nikki e lo stesso incontro tra le due non è altro che una proiezione mentale di una ragazza senza nome che piange sin dall’inizio del film. Qual è allora il senso di tutto questo ? Quello di raccontare la stessa storia proponendo finali differenti o meglio alcuni di quelli possibili, miscelando realtà e immaginazione fino all’assurdo, perchè lo spettatore perda le sue certezze e creda che ciò che è solo ipotizzato o sognato o immaginato o visto sotto l’effetto di una droga sia reale tanto quanto il dolore (è l’alcolizzato aiuto-regista a dire: “c’è un vasto intreccio lì fuori, un mare di possibilità…” ). D’altronde il film comincia a intrecciare tessere logicamente neanche accostabili, quando Nikki apre una porta che conduce in un non-luogo dove rivede se stessa come in un film (ah!) e capisce che lei sta vivendo la stessa storia di Susan e così all’infinito… ( la ragazza senza nome che piange “vede” la storia del suo alter-ego Nikki nello schermo di una televisione). Tornando un attimo alla porta del non-luogo, sopra c’è la scritta axxonn che se da una parte è una citazione di un’altra produzione lynchiana, dall’ altra è la storpiatura della parola inglese axon ovvero assone, cioè un prolungamento cellulare che connette il corpo di un neurone ad un altro, permettendo la sinapsi e quindi in senso lato l’idea, l’astrazione, l’associazione, l’immaginazione….


